domenica 8 novembre 2015

La disobbedienza come atto di libertà -Erich Fromm

Una persona può diventare libera mediante atti di disobbedienza, imparando a dire "no" al potere.  Ma, se la capacità di disobbedire costituisce la condizione della libertà, d'altro canto la libertà rappresenta la capacità di disobbedire. Se ho paura della libertà, non posso osare di dire "no", non posso avere il coraggio di essere disobbediente. In effetti, la libertà e la capacità di disobbedire sono inseparabili, e  ne consegue che ogni sistema sociale, politico e religioso che proclami la libertà, ma che bandisca la disobbedienza, non può dire la verità.

Erich Fromm - "La disobbedienza e altri saggi" - pag 17 - 1982 - Arnoldo Mondadori

venerdì 4 settembre 2015

Book of Souls - un Track by Track alcolico-culinario



Disco I
If Eternity Should Fail - Sushi con molto Wasabi/Sake freddo
Speed of Light- Polpette fritte/0,30 chiara alla spina
The Great Unknown - Insalata di polpo/Vino bianco
The Red and the Black - Anatra all'arancia (un'anatra intera)/2 pinte di Guinness
When the River Runs Deep - Trippa con fagioli/Whiskey in the Jar
The Book of Souls - Cuore arrosto (possibilmente umano) al sangue/Vino rosso a fiumi

Disco II
Death or Glory – Alette di pollo arrosto, piccanti, con contorno di patate al forno/Birra rossa Spaten
Shadows of the Valley – Frittatina veloce con asparagi e cipolle/Peroni o Ichnusa
Tears of a Clown – Cioccolato fondente e amaro/ Mirto
Man of Sorrows – Acquavite e caffè
Empire of Clouds – Torta alla panna con crema di mirtillo/Grappa di rose e sigaro

martedì 7 luglio 2015

lunedì 6 luglio 2015

Daniel Bensaid spiega Marx che spiega la crisi

L'andamento del capitale finanziario non è mai se non quello del capitale industriale nella sfera della circolazione.
La crisi finanziaria, si dice, si propaga per contagio all'impropriamente detta "economia reale" (come se la sfera finanziaria fosse irreale!).
Essa, in effetti, rivela una crisi latente di sovrapproduzione (troppo) a lungo differita grazie alla corsa al credito.

Daniel Bensaid, Crisi di ieri e crisi di oggi , p. 46, (citato da Michele Azzerri, Rivoluzione e Internazionalismo, p. 381)

domenica 3 maggio 2015

Iron Maiden. Una questione di vita o di morte


A trenta anni dalla fondazione del gruppo i Maiden, forti di una squadra di nuovo imbattibile, vivono una seconda giovinezza, una nuova età dell’oro.

Forse per questo, il primo marzo del 2006 la band si ritrova nuovamente nei Sarm Studios, a Londra, per registrare il successore di Dance of Death. Dietro il mixer, per la terza volta, Kevin Shirley.

Queste le sue impressioni a caldo, tratte dal sito Caveman’s diary, dopo appena una settimana di lavoro in sala d’incisione:”Sta andando alla grande – scrive il sudafricano - non ho mai preso parte ad una sessione di registrazione più divertente, per quanto riguarda i Maiden, un sacco di risate! Abbiamo registrato otto canzoni in una settimana e sono davvero bellissime. Heavy e più orientate sul progressive che negli anni recenti, ma allo stesso tempo con più groove rispetto a ciò che sento da molto tempo!”.

I lavori per il quattordicesimo album in studio dei Maiden procedono quindi in un clima rilassato e allo stesso tempo molto produttivo.

“Tra le registrazioni e il mixaggio – spiega Dave Murray ad Enzo Mazzeo di Metal Hammer Italia (settembre 2006) - abbiamo impiegato circa otto settimane, la metà di quelle inizialmente previste e prenotate…Un processo semplice e veloce, cosa che ha notevolmente giovato alla buona resa dei brani”.

A Matter of life and death viene pubblicato dalla Emi a fine agosto 2006 e ottiene una buona accoglienza da parte del pubblico e della critica specializzata.

“Non si tratta – scrive Fulvio Trinca nella recensione su Flash magazine - di una release immediata come Brave new world e Dance of death amplifica e sviluppa il filone drammatico e teatrale di Paschendale. (…). Un album che, molto più dei suoi predecessori, rinnova la proposta dei Maiden, pur non dimenticando tutte quelle che sono le peculiarità di una storia lunga 30 anni”.

L’analisi di Trinca è pienamente azzeccata. Nel loro quattordicesimo album in studio i Maiden sviluppano un approccio compositivo duro, progressivo e articolato, ma come sempre melodico. I testi si concentrano in primo luogo sulla tragedia delle guerre che hanno attraversato il “Secolo breve” e questo inizio di millennio.

E’ decisivo l’apporto di Adrian Smith, già autore con Harris la già citata e splendida Paschendale.

“All’inizio della nostra carriera – dice Smith a Mazzeo - tendevo a comporre materiale molto più semplice e diretto, probabilmente perché ero influenzato da band come i Thin Lizzy, che facevano della semplicità la loro arma migliore.

Steve, invece, ammirava gruppi come Yes e Genesis e ciò traspariva anche dal suo modo di comporre. Ebbene, col passare degli anni anch’io ho assorbito certe influenze e oggi posso dire di essere un compositore più maturo. Certe sonorità hanno ampliato moltissimo il mio spettro sonoro e credo che la musica dei Maiden ne abbia giovato”.

Chiaramente quando per i Maiden parliamo di influenze progressive il riferimento è alla struttura dei pezzi, ricchi di accelerazioni e rallentamenti e di cambi di atmosfera, più che alle sonorità tipiche dei grandi gruppi degli anni Settanta.

Ed in effetti, in A matter of life and death, ben sei pezzi su dieci vanno oltre i 7 minuti di durata e solo uno, il secondo singolo Different world, va al di sotto dei 5.

Questo brano, che apre l’album, è l’unico ad avere una struttura semplice e diretta. Una rivisitazione in chiave maiden della lezione di Phil Lynott e soci.

Almeno tre le minisuite: la durissima e ruvida Brighter than a thousand suns, sul tema del possibile olacausto nucleare, la harrisiana For the greater good of God – epicissima e sulla falsariga di The sign of cross – e The Legacy :l’alleanza.

Quest’ultimo pezzo - che inizialmente avrebbe dovuto dare il titolo al disco - parte da una introduzione medievaleggiante e semiacustica per svilupparsi dapprima in un metal roccioso e cadenzato alla Ronnie James Dio e poi in un intreccio tra le melodie delle tre chitarre e parti vocali altissime.

Tra gli altri brani sono senz’altro degni di nota These colours don’t run, classicamente maideniano, e The longest day - con un Dickinson che supera sé stesso – che racconta il giorno dello sbarco di Normandia.

L’album - forse in alcuni tratti troppo prolisso, ma senza riempitivi - costituisce senza dubbio un ulteriore passo avanti nella costruzione del suono di una band con tre decenni di storia.

Anche la scelta del primo singolo è anomala. The reincarnation of Benjamin Breeg comincia infatti come una sorta di Musical box dei Genesis per poi assumere un andamento cadenzato, che può ricordare i Metallica di Harvester of sorrow.

I Maiden sono talmente convinti della validità del nuovo lavoro che per la prima volta decidono di eseguire un album per intero, dall’inizio alla fine, nei loro concerti. In scaletta trovano spazio solo cinque classici maideniani: Fear of the dark, Iron Maiden, 2 minutes to mdnight, The evil that men do e Hallowed be thy name.

Il successo del tour è comunque notevole, con due sold out anche in Italia il 2 e il 3 dicembre 2006 al Datch Forum di Milano.

Grandissimo consenso ottengono anche i concerti italiani estivi del A matter of the beast tour 2007, soprattutto quello del 20 giugno con i Motorhead e i Machine Head allo stadio Olimpico di Roma.

E proprio all’Olimpico Bruce dice: ”Ci prendiamo quest’anno per costruire una piramide e ritorneremo l’estate prossima per presentare i pezzi più classici di Powerslave, Piece of mind e Seventh son of a seventh son”.


martedì 31 marzo 2015

venerdì 6 febbraio 2015

La semplicità - Charles Bukowski

"Mi lanciai verso la mia divinità personale: la semplicità.
Se lo rendevi più conciso e breve possibile, avevi meno possibilità di incappare nell'errore e nella menzogna. La genialità stava anche nel saper esprimere concetti profondi in modo semplice.
Le parole erano proiettili, le parole erano raggi di sole, le parole aprivano il varco della morte e della dannazione".

da Azzeccare i cavalli vincenti/Tirocinio di base (pag. 262)/editore Feltrinelli

venerdì 2 gennaio 2015

Banco del Mutuo Soccorso - Canto di Primavera

Al termine degli anni'70 le armate del Progressive avevano alzato definitivamente bandiera bianca, schiacciate dalle truppe ribelli del Punk? Niente di più falso. A dimostrarlo è, fra le altre opere di fine decennio, "Canto di primavera" del Banco del Mutuo Soccorso, il nono album della band guidata dalle idee e dalle note di Vittorio Nocenzi e Francesco di Giacomo. Nel 1979, il Bms sa infatti comporre e mettere sul mercato dove trionfa la disco music un altro ottimo lavoro di
di rock progressivo, anche se probabilmente non all'altezza dello slancio creativo di capolavori come "Darwin" e "Io sono nato libero".
Canzoni ricche di pathos e di atmosfere di matrice popolare - arricchite dal contributo di George Achedo alle percussioni - come "E mi viene da pensare" e la stessa,omonima, "Canto di Primavera", elaborata combinando antiche melodie popolari savoiarde e ebraiche. Tracce incluse nel repertorio live del Banco sino alla recente scomparsa in un incidente stradale di "Big" Di Giacomo. "Arriva all'improvviso. Arriva come il mare. E non sai mai da dove".