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domenica 16 novembre 2008

Long live Dr Rock! 2005: Motorhead a Cagliari



Dagli acidi psichedelici degli Hawkwind al rock'n'roll metallico dei Motorhead. Ian Kilmister, in arte Lemmy, è senza dubbio una figura importante nella storia del rock e dei suoi sviluppi.
Nell'estate del 2005 Lemmy portò i Motorhead a Cagliari (Sarroch), dopo un appuntamento annullato dieci anni prima.
Quel concerto lasciò un segno nel cuore di tanti "metallari". Io lo seguii per un'agenzia di stampa e per il sito Metallus.
Di seguito potete leggere la recensione web.



MOTORHEAD19/08/2005 Stadio Comunale Sarroch
Potete stare tranquilli. Lemmy sta bene, anzi è in grande forma. Qualche giorno di cura gli ha consentito di riprendersi dalla disidratazione che l’ha colpito ai primi di luglio. Il concerto del 19 agosto a Sarroch, centro industriale a pochi chilometri da Cagliari, non ha lasciato dubbi. I Motorhead hanno infatti offerto una prestazione monolitica e senza sbavature, che ha mandato in delirio i circa 2mila appassionati accorsi a rendere tributo a trent’anni di leggenda. Il tour del 2005 celebra infatti tre decenni di rock’n’roll, sesso e alcool (preferibilmente Jack e Cola). E in un’ora e mezzo di concerto la band ha ripercorso ancora una volta la sua lunga avventura, con una scaletta molto simile a quella proposta nel nuovo dvd live “Stage fright”. L’apertura della serata è stata affidata agli One dimensional man, trio autore di un rock semplice e senza pretese, con qualche grado di parentela con i Queen of the Stone age. Alle 22,30 Lemmy e soci hanno aperto il loro show con la frase di sempre: “We are motorhead. We play rock’n’roll!”. Dr. Rock (per l’appunto!) ha dato il via alle danze per uno spettacolo che ha alternato con sapienza i pezzi più recenti, come la bellissima Killers, tratta dall’ultimo lavoro in studio Inferno (2004), agli hits più famosi come Metropolis e Over the top. La band, un congegno oliato in ogni suo meccanismo, è andata avanti senza incertezze. Phil Campbell, 22 anni sulle strade con Lemmy, è stato preciso e tagliente: un intreccio inestricabile di tecnica, di stile e di passione. Mikkey Dee è stata la solita furia della natura. Un maestro dello strumento (“the best drummer in the world”, nelle parole di Ian Kilmister”) che ha rivitalizzato gli insegnamenti dei più grandi batteristi (su tutti l’indimenticabile Cozy Powell) alla luce della più definitiva modernità metallica. E Sacrifice (in cui il nostro è protagonista di un assolo da incorniciare) è stato l’esempio più chiaro del contributo di Dee, anche in fase di composizione, all’evoluzione dello stile Motorhead negli anni Novanta. Killed by death (con Lemmy accompagnato ai cori dalla bellissima ma non altrettanto intonata Moa Holmsten) e Iron fist hanno chiuso il concerto. Dopo una breve pausa sigaretta la band ( acclamata dal coro ”Motorhead, Motorhead!”) ha fatto rientro sul palco per il più classico dei bis: Ace of spades (una filosofia di vita racchiusa in tre minuti di rasoiate) e la cavalcata senza fine di Overkill. La reazione del pubblico sardo e non solo, molti i turisti che non hanno perso l’occasione di passare una serata all’insegna del metal rock dei Motorhead, ha lasciato soddisfatto Lemmy, che ha promesso di ritornare in Sardegna al più presto, forse anche l’anno prossimo. Nonostante i 60 anni, nonostante una vita di eccessi, questa icona vivente del Metal non ha infatti ancora alcuna intenzione di fermarsi. Per ottobre è in programma una lunga lista di concerti. Che dire? Long live Dr. Rock!

sabato 4 ottobre 2008

1/10/1990: No prayer for the dying


Gli anni Novanta si aprono con una serie di novità per i Maiden. Adrian Smith – stanco della vita on tour – lascia, o viene indotto a lasciare, il gruppo con grande sorpresa dei fan e dei giornalisti specializzati.
Bruce Dickinson dà il via alla sua carriera solista (1) con Tattoed millionaire (maggio 1990) album ricco di influenze seventies e hard rock, dagli Ac/Dc a David Bowie. Con lui alla chitarra una vecchia conoscenza dei Maiden e della New wave of british heavy metal: Janick Gers, un chitarrista la cui fonte principale d’ispirazione è senza dubbio Ritchie Blackmore.
Così, per Gers, già negli White spirit e nella Ian Gillan band, si aprono come per magia le porte degli Iron Maiden: sarà lui a sostituire Smith su proposta di mr Harris a Bruce Dickinson.
Nessun problema nel provino con alcuni dei vecchi classici della band: The trooper, The prisoner, Children of the damned e Iron maiden.
Con No prayer for the dying i maiden riducono le divagazioni progressive degli ultimi album per un metal rock dall’impatto più diretto. Ai testi fantasy ed epico-storici vengono preferite prevalentemente riflessioni sulle tematiche sociali (Public enema number one) e sul senso della vita, come nella title track.
Janick Gers si rivela l’uomo giusto per realizzare questa sorta di ritorno verso un metal con meno fronzoli ma – per i più - non all’altezza della qualità tecnico-compositiva degli anni Ottanta. No prayer for the dying è un buon album di heavy metal, ma per la critica non è in grado di reggere il confronto con lavori come Rust in peace dei Megadeth o Painkiller dei Judas Priest.
“Mentre i Priest hanno avvertito l’esigenza di cambiare – scrive Beppe Riva nella recensione su Metal Shock – gli Iron perdurano nella loro stasi. (…). I devoti di Halford e dei suoi eroi escono galvanizzati dai ludi ‘gladiatori’ di Painkiller. I maideniani devono rinunciare a nuove vibrazioni dai temi di The number of the beast: i gioco piace, paga in termini di risultati, ma non è forse giunto il momento di scuotersi?”.
L’album - registrato in una vecchia stalla riadattata a studio all'interno della tenuta di Steve Harris nell'Essex - esce nell’ottobre del 1990 preceduto dal singolo e dal video di Holy smoke. "No prayer" ottiene un buon riscontro, soprattutto nel Vecchio continente.
Di grande successo anche il tour europeo con gli Anthrax - di cui ricordo con nostalgia la data romana al Palaeur il 20 novembre, il mio primo concerto dei Maiden! -.
Pubbicato il 23 dicembre il secondo singolo, Bring your daughter…to the slaughter, arriva infatti al primo posto nelle classifiche inglesi. I Maiden passano un buon Natale inglese prima di riprendere il tour mondiale, che si conclude nella primavera del 1991.


1. Nel 1990 vive il suo primo momento solista anche Nicko McBrain, che pubblica su vhs un metodo per batteristi intitolato Rhytmn of the beast arricchito dallo strumentale omonimo: una vera perla. Una composizione brillante, quasi un crossover tra il metal maideniano e il jazz delle big bands, in cui la chitarra di Dave Murray - coautore del pezzo - è affiancata dall’organo hammond e da una sezione fiati di gran classe.

mercoledì 24 settembre 2008

24 settembre 1993: Deep Purple Mark II live in Rome


Jon Lord, Ritchie Blackmore , Roger Glover, Ian Gillan, IanPaice. Quindici anni fa, il 24 settembre, la seconda e gloriosa formazione dei Deep Purple, - autrice di album come In Rock -arrivò a Roma, Palaghiaccio di Marino, per presentare l'album The Battle Rages On.
Il tour si concluse prima del previsto, a causa del nuovo abbandono del chitarrista, ma la data romana fu memorabile.
Furono eseguiti molti tra i pezzi migliori e più amati dei Purple. Da Highway star a Child in time, sino ad arrivare agli splendidi classici degli anni Ottanta, come Perfect strangers e Knocking at your back door. Anche i brani tratti dal nuovo album - in particolare la title track e Anya - ebbero un ottimo impatto sul pubblico.

Ascolti consigliati:
In rock (1970)
Fireball (1971)
Machine head (1972)
Made in Japan
Perfect strangers (1984)
The house of the blue light (1987)
The battle rages on (1993)

giovedì 18 settembre 2008

Maiden History. Somewhere In Time 1986/87

Il trionfo del World slavery tour, immortalato sulle tracce di Life After Death, chiude un intero ciclo per la musica metal. Nella seconda metà degli anni Ottanta si fanno strada nuovi sottogeneri, il thrash metal in particolare, e i gruppi sperimentano sonorità futuristiche, che spezzano il classico binomio Fender (o Gibson) –Marshall. I Metallica registrano Master of Puppets, il loro miglior disco e l’ultimo con Cliff Burton. I Queensryche pubblicano il futuristico Rage for Order. I Maiden (soprattutto Adrian Smith e Steve Harris) non si sottraggono a questa sfida, sperimentano con i sinth per la chitarra e per il basso e danno vita all’ennesimo capolavoro dei golden years maideniani: Somewhere in time. L’album è registrato ai Compass point studios di Nassau nelle Bahamas (basso, basso sinth e batteria) ed in Olanda ai Wisseloord studios ad Hilversum (chitarre, chitarre sinth e voce) e mixato ai gloriosi Eletric Ladyland di New York. Martin Birch introduce in maniera sapiente i suoni dei sintetizzatori. Somewhere conferma ed estende la fama globale del gruppo, che per la prima volta fa capolino nella top 20 delle classifiche di vendita italiane. “Siamo giunti al massimo – dice Bruce nel 1988 – in alcune nazioni come la Germania siamo giunti al successo solamente con Somewhere in time. Ma siamo arrivati anche lì”. L’uscita del long playing è preceduta dal singolo Wasted years (6 settembre ‘86), brano amatissimo dai fan (un coro maestoso ma orecchiabile ed un assolo trascinante) scritto dal solo Adrian Smith, che dimostra di avere raggiunto il pieno della maturità compositiva ed esecutiva. Suoi anche il secondo singolo, “ Stranger in a strange land”, e la cavalcata “Sea of madness”. Con Somewhere in time Harris rispolvera l’eredità del progressive anni Settanta inserendola in un contesto che rimane schiettamente heavy metal. Con questo album i Maiden sperimentano nuove sonorità. Colpisce i fan e la critica l’introduzione dei sintetizzatori per chitarra in brani articolati e complessi, ma caratterizzati da linee vocali dall’impatto immediato, come ad esempio lo spettacolare brano d’apertura Caught somewhere in time. Bruce Dickinson non collabora alla stesura di nessun brano. O meglio, il resto della band scarta una serie di suoi pezzi folk, ritenuti non coerenti con la storia dei Maiden e con il contesto futuristico dell’album. O più semplicemente “i pezzi sono stati scartati perché non abbastanza buoni”, come afferma Steve Harris nella biografia digitale inclusa nella versione rimasterizzata del 1998 di Somewhere in time. Bruce si getta comunque con grande professionalità nell’ennesimo tour mondiale, stringe i denti in attesa di tempi migliori. “Quando abbiamo inciso Somewhere in time – dichiara Dickinson in un libro-intervista di Francesco Adinolfi che fotografa il leg Usa del Seventh tour of a Seventh tour - cantavo per forza di inerzia. C’era qualcosa che non funzonava in me. Sarà che agli ultimi concerti ci veniva a sentire sempre meno gente, sarà che cominciavo ad avere alcuni problemi, ma non ce la facevo più. . L’album era uguale alle cose precedenti e mi sembrava di avere perso solo tempo. Non sapevo se continuare con questo mestiere o mollare tutto per mettermi a fare qualcos’altro”. Ma il giudizio di Bruce non è invece condiviso da buona parte degli appassionati dei Maiden, che continuano a considerare Somewhere in time un piccolo gioiello, un capolavoro incompreso. Il “somewhere on tour” si chiude nella primavera del 1987, in Giappone. Alla fine dello stesso anno viene pubblicato “12 wasted years”, filmato ricco di interviste, video e spezzoni inediti. Per gli appassionati e i collezionisti italiani è da ricordare il bootleg Maidens back from hell, registrato il 16 dicembre 1986 al PalaTrussardi di Milano.