sabato 26 ottobre 2013
Controcorrente - Blaze Years I
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Son of a gun
"L'entrata in guerra è ovviamente una scelta di politica internazionale per avere un posto al sole, che splende anche sui cimiteri". Luigi Pintor - 9 novembre 2001 - "Sole che sorgi"
giovedì 22 novembre 2012
domenica 13 novembre 2011
IL PENSIERO DI MARIO MONTI
In Italia, data la maggiore influenza avuta dalla cultura marxista e la quasi assenza di una cultura liberale, si è protratta più a lungo, in una parte dell’ opinione pubblica e della classe dirigente, la priorità data alla rivendicazione ideale, su basi di istanze etiche, rispetto alla rivendicazione pragmatica, fondata su ciò che può esser...e ottenuto, anche con durezza ma in modo sostenibile, ...cioè nel vincolo della competitività. Questo arcaico stile di rivendicazione, che finisce spesso per fare il danno degli interessi tutelati, è un grosso ostacolo alle riforme. Ma può venire superato. L’abbiamo visto di recente con le due importanti riforme dovute a Mariastella Gelmini e a Sergio Marchionne. Grazie alla loro determinazione, verrà un po’ ridotto l’handicap dell’Italia nel formare studenti, nel fare ricerca, nel fabbricare automobili.
Mario Monti, Corriere della sera, 2 gennaio 2011
Mario Monti, Corriere della sera, 2 gennaio 2011
giovedì 20 ottobre 2011
Proletariato oggi
"Chi sono i proletari oggi? Non solo i marginali. Non soltanto la classe operaia della fabbrica fordista. Sono coloro che non hanno mezzi di produzione o ne hanno di "molecolari", come i lavoratori autonomi, sono fragili e dipendono da scelte che si fanno altrove". Rossana Rossanda (2001)
domenica 9 ottobre 2011
Analisi storiche e strategia, e non “meta politica”. Livio Maitan sulla "nonviolenza" (Liberazione, 18 gennaio 2004)
Le condizioni di salute mi impediscono ormai da oltre due mesi di partecipare a riunioni o assemblee e limitano anche le mie possibilità di lettura. Tuttavia, mi permetto egualmente di esprimere la mia opinione sul dibattito in corso su “Liberazione” come pure su altri giornali.
1) Per preparare la conferenza programmatica non sarebbe stato di per sé negativo partire da riunioni seminariali, in cui esprimersi, per dir così, a ruota libera (avevo espresso questa opinione in un
colloquio telefonico con Bertinotti). Sta accadendo, invece, una cosa ben diversa: il dibattito è stato lanciato senza che fosse fissato nessun quadro né una priorità dei temi da affrontare, senza fissare regole di una ragionevole par condicio. Di fatto, si è cominciato a discutere su tutto contemporaneamente - dalla violenza in generale all’uso dei caschi nei cortei .
Così si rischia di sollevare un grosso polverone e di fare ben poca chiarezza sui problemi storici e strategici che effettivamente si pongono.
2) Schematizzando al massimo: il ripudio sommario del Novecento, delle concezioni delle strategie e delle pratiche di tutte le correnti del movimento operaio indiscriminatamente è quanto di più antistorico si possa immaginare e non serve affatto allo scopo, cioè a individuare le effettive cause delle sconfitte di portata storica che sono state subite. Un discorso analogo lo si può fare a proposito della condanna astratta della violenza e della assunzione della non-violenza come canone universale, con un approccio che si potrebbedefinire metastorico o metapolitico. Facciamo qualche esempio. Si può pensare seriamente che i comunisti iugoslavi abbiano intrapreso una drammatica lotta armata perché ideologicamente convinti dell’uso della violenza? La verità è che dovevano scegliere tra assistere allo sterminio dei loro popoli o rispondere organizzandosi anche militarmente. Discorso analogo per i comunisti cinesi: non dovevano forse intraprendere l’operazione militare che è stata la lunga marcia e lasciarsi annientare? E nella fase cruciale della fine del ’46 dovevano assistere al soffocamento della rivolta di massa dei contadini e non prospettare quel rilancio della guerra civile conclusosi tre anni dopo con il rovesciamento del regime del Kuomintang?
Per venire ai giorni nostri, non abbiamo bisogno di ribadire le ragioni per cui siamo contro l’uso del terrorismo. Ma un popolo schiacciato da un’occupazione militare, dopo una guerra infame, ha o no il diritto di organizzare anche militarmente la propria resistenza? Abbattere un elicottero impegnato in azioni militari è forse terrorismo?
3) Le polemiche quali sono condotte contro concezioni e impostazioni del Novecento finiscono inevitabilmente col scegliersi bersagli polemici fittizi, “dimenticando” quali fossero concezioni e dinamiche reali. Esempio da manuale: lo stucchevole motivo ricorrente del rifiuto della presa del palazzo d’inverno rappresenta una negazione di quello che la rivoluzione russa è stata, cioè una della più grandiose mobilitazioni di massa, proletarie e contadine, nel corso della storia. Non è neppure originale perché vi hanno fatto ricorso i socialdemocratici da oltre ottant’anni a questa parte. Vorremmo poi sapere chi ha concepito «la conquista dello stato attraverso l’annientamento dei nemici». Forse lo stesso Bertinotti ha cancellato dalla memoria “stato e rivoluzione” di Lenin e scritti fondamentali dei suoi predecessori. Comesi fa a dimenticare che quelli che si volevano “annientare” erano gli apparati statali, strumenti della dominazione delle classi dominanti, e costruire istituzioni e organismi politici qualitativamente diversi e storicamente originali? Altro che conquista del palazzo d’inverno!
4) Non sarà chi scrive a sottovalutare l’ineludibilità dell’interrogativo storico sulla deriva dell’Urss postrivoluzionaria e, in forme specifiche, di altre rivoluzioni. Condannare lo stalinismo non è che un punto di partenza. Ebbene, su questi drammatici processi ci si limita, il più delle volte, a evocare le legittime preoccupazioni di Rosa Luxemburg, la quale, tra parentesi, era tutt’altro che contraria alla presa rivoluzionaria del potere. Rosa non ha vissuto che poche settimane dopo l’Ottobre e non ha potuto analizzare i processi successivi. Invece, questi processi involutivi sul terreno politico, culturale, economico e sociale sono stati analizzati da rivoluzionari russi già dagli inizi degli anni ’20 oltre che da studiosi come Deutcher e Carr. Su tutto questo ci si limita, tutt’al più a rendere qualche omaggio. Un cattivo esempio fuori dalle nostre file: in un recente documentario televisivo Paolo Mieli riconosceva la critica antistalinista di correnti comuniste, aggiungendo però che queste correnti riducevano tutto alla responsabilità di una singola persona. Egregio Mieli, si rinfreschi la memoria leggendo o rileggendo, oltre a Trotsky, per esempio Preobrajenski o Rakovski, prima di lanciarsi in valutazioni deformanti.
5) Dati i rapporti di forza su scala mondiale o regionale non è facile impostare oggi il problema del potere, cioè non della presa di un qualsiasi palazzo più o meno annerito dagli anni ma della sostituzione delle classi dominanti vecchie e nuove e della rottura dei loro apparati di dominazione. Ma sembra ormai diffusa la tendenza non a cercar di porre il problema nei suoi veri termini nel contesto contemporaneo, ma semplicemente a negare che esista. Così di strada non se ne farà molta per prepararsi a future, ineludibili scadenze. E a chi fornisce una lettura apologetica della stessa straordinaria esperienza degli zapatisti - i quali, peraltro, hanno iniziato con azioni armate - chiediamo: forse l’organizzazione democratica delle comunità del Chiapas permette di ignorare il problema di un potere statale centrale che continua a opprimere oltre cento milioni di messicani.
6) Siamo tutti d’accordo che i problemi politici e strategici esigono una prospettiva europea e cheè necessario sforzarsi di costruire un partito europeo di alternativa. Ma nel contesto attuale le scelte concrete potevano essere due: considerare essenziale una affinità programmatica e politica oppure allargare al massimo senza definizioni precise. Sembra prevalere la seconda scelta, tuttavia con l’esclusione di forze tra le più rappresentative. Negli anni scorsi e in particolare al forum di Firenze c’era stata una molto maggiore convergenza, pubblicamente espressa, su concezioni e metodi d’intervento, con la Lcr che con il Pcf. Forse oggi non è più così?
Comunque sia, una decisione come quella siglata a Berlino avrebbe dovuto essere preceduta
da convocazioni della direzione e del Cpn, a loro volta preparate da dibattiti in sede provinciale e
nei circoli. Non c’era nessun ostacolo a procedere in questo modo. Quello che chiediamo giustamente alle direzioni sindacali perché non cominciamo a farlo noi stessi?
1) Per preparare la conferenza programmatica non sarebbe stato di per sé negativo partire da riunioni seminariali, in cui esprimersi, per dir così, a ruota libera (avevo espresso questa opinione in un
colloquio telefonico con Bertinotti). Sta accadendo, invece, una cosa ben diversa: il dibattito è stato lanciato senza che fosse fissato nessun quadro né una priorità dei temi da affrontare, senza fissare regole di una ragionevole par condicio. Di fatto, si è cominciato a discutere su tutto contemporaneamente - dalla violenza in generale all’uso dei caschi nei cortei .
Così si rischia di sollevare un grosso polverone e di fare ben poca chiarezza sui problemi storici e strategici che effettivamente si pongono.
2) Schematizzando al massimo: il ripudio sommario del Novecento, delle concezioni delle strategie e delle pratiche di tutte le correnti del movimento operaio indiscriminatamente è quanto di più antistorico si possa immaginare e non serve affatto allo scopo, cioè a individuare le effettive cause delle sconfitte di portata storica che sono state subite. Un discorso analogo lo si può fare a proposito della condanna astratta della violenza e della assunzione della non-violenza come canone universale, con un approccio che si potrebbedefinire metastorico o metapolitico. Facciamo qualche esempio. Si può pensare seriamente che i comunisti iugoslavi abbiano intrapreso una drammatica lotta armata perché ideologicamente convinti dell’uso della violenza? La verità è che dovevano scegliere tra assistere allo sterminio dei loro popoli o rispondere organizzandosi anche militarmente. Discorso analogo per i comunisti cinesi: non dovevano forse intraprendere l’operazione militare che è stata la lunga marcia e lasciarsi annientare? E nella fase cruciale della fine del ’46 dovevano assistere al soffocamento della rivolta di massa dei contadini e non prospettare quel rilancio della guerra civile conclusosi tre anni dopo con il rovesciamento del regime del Kuomintang?
Per venire ai giorni nostri, non abbiamo bisogno di ribadire le ragioni per cui siamo contro l’uso del terrorismo. Ma un popolo schiacciato da un’occupazione militare, dopo una guerra infame, ha o no il diritto di organizzare anche militarmente la propria resistenza? Abbattere un elicottero impegnato in azioni militari è forse terrorismo?
3) Le polemiche quali sono condotte contro concezioni e impostazioni del Novecento finiscono inevitabilmente col scegliersi bersagli polemici fittizi, “dimenticando” quali fossero concezioni e dinamiche reali. Esempio da manuale: lo stucchevole motivo ricorrente del rifiuto della presa del palazzo d’inverno rappresenta una negazione di quello che la rivoluzione russa è stata, cioè una della più grandiose mobilitazioni di massa, proletarie e contadine, nel corso della storia. Non è neppure originale perché vi hanno fatto ricorso i socialdemocratici da oltre ottant’anni a questa parte. Vorremmo poi sapere chi ha concepito «la conquista dello stato attraverso l’annientamento dei nemici». Forse lo stesso Bertinotti ha cancellato dalla memoria “stato e rivoluzione” di Lenin e scritti fondamentali dei suoi predecessori. Comesi fa a dimenticare che quelli che si volevano “annientare” erano gli apparati statali, strumenti della dominazione delle classi dominanti, e costruire istituzioni e organismi politici qualitativamente diversi e storicamente originali? Altro che conquista del palazzo d’inverno!
4) Non sarà chi scrive a sottovalutare l’ineludibilità dell’interrogativo storico sulla deriva dell’Urss postrivoluzionaria e, in forme specifiche, di altre rivoluzioni. Condannare lo stalinismo non è che un punto di partenza. Ebbene, su questi drammatici processi ci si limita, il più delle volte, a evocare le legittime preoccupazioni di Rosa Luxemburg, la quale, tra parentesi, era tutt’altro che contraria alla presa rivoluzionaria del potere. Rosa non ha vissuto che poche settimane dopo l’Ottobre e non ha potuto analizzare i processi successivi. Invece, questi processi involutivi sul terreno politico, culturale, economico e sociale sono stati analizzati da rivoluzionari russi già dagli inizi degli anni ’20 oltre che da studiosi come Deutcher e Carr. Su tutto questo ci si limita, tutt’al più a rendere qualche omaggio. Un cattivo esempio fuori dalle nostre file: in un recente documentario televisivo Paolo Mieli riconosceva la critica antistalinista di correnti comuniste, aggiungendo però che queste correnti riducevano tutto alla responsabilità di una singola persona. Egregio Mieli, si rinfreschi la memoria leggendo o rileggendo, oltre a Trotsky, per esempio Preobrajenski o Rakovski, prima di lanciarsi in valutazioni deformanti.
5) Dati i rapporti di forza su scala mondiale o regionale non è facile impostare oggi il problema del potere, cioè non della presa di un qualsiasi palazzo più o meno annerito dagli anni ma della sostituzione delle classi dominanti vecchie e nuove e della rottura dei loro apparati di dominazione. Ma sembra ormai diffusa la tendenza non a cercar di porre il problema nei suoi veri termini nel contesto contemporaneo, ma semplicemente a negare che esista. Così di strada non se ne farà molta per prepararsi a future, ineludibili scadenze. E a chi fornisce una lettura apologetica della stessa straordinaria esperienza degli zapatisti - i quali, peraltro, hanno iniziato con azioni armate - chiediamo: forse l’organizzazione democratica delle comunità del Chiapas permette di ignorare il problema di un potere statale centrale che continua a opprimere oltre cento milioni di messicani.
6) Siamo tutti d’accordo che i problemi politici e strategici esigono una prospettiva europea e cheè necessario sforzarsi di costruire un partito europeo di alternativa. Ma nel contesto attuale le scelte concrete potevano essere due: considerare essenziale una affinità programmatica e politica oppure allargare al massimo senza definizioni precise. Sembra prevalere la seconda scelta, tuttavia con l’esclusione di forze tra le più rappresentative. Negli anni scorsi e in particolare al forum di Firenze c’era stata una molto maggiore convergenza, pubblicamente espressa, su concezioni e metodi d’intervento, con la Lcr che con il Pcf. Forse oggi non è più così?
Comunque sia, una decisione come quella siglata a Berlino avrebbe dovuto essere preceduta
da convocazioni della direzione e del Cpn, a loro volta preparate da dibattiti in sede provinciale e
nei circoli. Non c’era nessun ostacolo a procedere in questo modo. Quello che chiediamo giustamente alle direzioni sindacali perché non cominciamo a farlo noi stessi?
sabato 24 settembre 2011
Che cos'è davvero il centralismo democratico?

Non solo prima del 1917, ma anche durante tutti gli anni terribili della guerra civile, quando il potere sovietico era appeso a un filo, nel partito bolscevico c'era non solo il diritto di tendenza ma perfino quello di frazione. Vuol dire che nei congressi si potevano presentare documenti diversi con pari diritto, ed era possibile il raggruppamento pubblico tra un congresso e l'altro dei sostenitori di una posizione rimasta in minoranza (che solo così poteva accettare la disciplina, dato che poteva al tempo stesso lavorare per diventare maggioranza al congresso successivo), e i congressi erano ravvicinati (tra il '17 e il '23, uno all'anno).
Pari diritti voleva dire anche che se il relatore di maggioranza parlava due ore, anche chi presentava l'altra posizione doveva avere uguale tempo. Nella concezione di Lenin, inoltre, l'organo sovrano era il congresso, e tra un congresso e l'altro il comitato centrale. L'Ufficio politico doveva solo applicare la linea tra una riunione e l'altra del CC, non sostituirsi a esso, e ancor meno potere decisionale aveva la segreteria, che era un organo tecnico di esecuzione delle decisioni. Nei partiti comunisti stalinizzati, invece, si considerava sovrana la segreteria. Dal vecchio sito di Bandiera Rossa
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