sabato 26 ottobre 2013

Controcorrente - Blaze Years I

“Blaze Bayley è il nuovo cantante degli Iron Maiden: avrà il difficile compito di sostituire Bruce Dickinson. Blaze è il cantante dei britannici Wolfsbane, ed è sempre stato uno dei principali candidati a diventare il nuovo singer dei Maiden, in quanto ha una voce potente, è ammirato da Steve Harris ed ha persino un look che si avvicina molto a quello di Bruce”. Metal Shock, numero 161 (1-15febbraio 1994). Gli anni collocati alla metà del decennio ’90 non sono certo tra i migliori per l’heavy metal. Le band storiche si trovano ad affrontare l’esplosione del fenomeno grunge. Il metal classico è ormai un genere controcorrente. Alcuni dei gruppi storici scelgono di esplorare nuovi sentieri compositivi, come i Queenscryche del capolavoro Promise land e dello scialbo, a parere del sottoscritto, Here in the Now Frontier. Sul fronte del metal più oltranzista giungono invece all’apice del successo i texani Pantera. In questi stessi anni si afferma, senza mai diventare un trend di massa, il progressive metal. Images and Words dei Dream Theater fa gridare la critica grida al miracolo. Con i Judas Priest allo sbando dopo l’abbandono di Rob Halford e i Metallica in piena fase di mutazione stilistica, spetterà agli Iron Maiden e a pochi altri tenere alta la bandiera del metal. Ancora e nonostante tutto. Il primo album dei brasiliani Angra e l’ottimo Imaginations from the Other Side (1995) dei tedeschi Blind Guardian sono, però, i chiari segni del fatto che i semi gettati negli anni Ottanta dai gruppi come gli stessi Maiden, i Metallica e anche gli Helloween cominciano a dare i loro frutti in termini di vendite – pur senza raggiungere le posizioni più elevate delle classifiche - e soprattutto di qualità delle composizioni. Così, in questo contesto, all’inizio del 1994 la band annuncia la scelta di Blaze Bayley come nuovo cantante dei Maiden. La scelta di Blaze è frutto di una selezione apparentemente durissima, fatta su più di duemila cassette giunte da ogni parte del mondo. Bayley, già conosciuto e stimato da Harris, impone ai Maiden una svolta abbastanza netta rispetto allo stile classico delle parti cantate di Air red siren. Il nuovo singer eccelle infatti nei toni bassi e medi, ma non è certo dotato della stessa estensione vocale di Mr. Dickinson. “Alla fine della lunga selezione - spiega Harris – siamo riusciti a scegliere 16 candidati che abbiamo ascoltato nel mio studio. Da questo gruppo ne abbiamo scelti tre, abbiamo fatto registrare loro le tracce vocali di sei pezzi dei Maiden dal vivo ed alla fine abbiamo scelto Blaze perché era l’uomo giusto (m.s 161)”. L’uomo giusto, quindi. Giovane ma non troppo - classe 1963 - e con una solida esperienza alle spalle. I frutti della nuova collaborazione si vedranno però solo nel 1995 quando - il due ottobre - arriva nei negozi l’attesissimo The X Factor, più volte posticipato a causa di un incidente motociclistico dello stesso Blaze – che si rompe una gamba - e della necessità di apportare qualche ritocco dell’ultimo momento all’album. Il nuovo lavoro divide i fan e la critica. Per alcuni X Factor è il miglior lavoro dei Maiden dagli anni Ottanta. Per altri, delusi dalla performance di Blaze, il fattore X l’inizio della fine per la Vergine di Ferro. Steve Harris, anche questa volta in veste di produttore nel suo studio personale, ne è semplicemente entusiasta. Questo il suo giudizio in una recensione per Metal Shock (numero 202- 16-31 ottobre 1995). “Sarà per l’iniezione di energia che abbiamo avuto con l’entrata di Blaze nella band, sarà che questo è il nostro decimo album (…) fatto sta che per noi l’uscita di The X Factor è un evento davvero speciale, quasi una nuova partenza per noi. Direi che musicalmente abbiamo compiuto quasi un passo indietro, recuperando il meglio di noi stessi dal passato e trasportandolo nel nostro presente musicale”. E davvero speciale è l’opener The Sign of the Cross, lungo brano di metal oscuro e articolato e possente. Ispirato al Nome della rosa di Umberto Eco e introdotto da un canto gregoriano da brividi, il pezzo si impone come un vero e proprio classico maideniano anche in concerto. “Volevamo partire subito con un brano classico – spiega Harris – per dimostrare che non c’è stato nessun compromesso musicale e che la scelta di Blaze Bayley è stata azzeccata e naturalissima, in quanto non abbiamo dovuto modificare di una virgola le nostre caratteristiche musicali per adattarci al nuovo cantato”. The X Factor si conferma ancor oggi, a più di dieci anni dall’uscita, come un lavoro di grande spessore, destinato ad influenzare i futuri sviluppi dello stile compositivo dei Maiden, soprattutto in album come Dance of Death e A Matter of Life and Death. Il decimo album dei Maiden costituisce senza dubbio una delle pagine più significative del metal degli anni Novanta. Convince anche il mid-tempo Lord of the flies- scelto come secondo singolo dell’album, ispirato all’omonimo romanzo di William Golding. Ottimo è il singolo Man on the Edge, dove il riff scritto da Janick Gers ricorda molto da vicino Spotlight Kid di Lord Ritchie Blackmore. Fortunes of War si apre in maniera oscura e riflessiva per poi sfociare in una cavalcata classica e impetuosa. In questo brano Steve Harris introduce per la prima volta l’uso del basso acustico, alternato a quello elettrico, in un brano dei Maiden. Esperimento introdotto anche in Blood on the world’s hands, altro brano dedicato alla guerra e in particolare ai conflitti che negli anni Novanta hanno insanguinato la ex Yugoslavia. Tutto The X Factor si attesta su ottimi livelli – fa forse eccezione la sola Look for the Truth – e anche la critica riconosce il valore dell’opera. L’album venderà più di un milione di copie in un anno, con ottimi risultati, ancora una volta, nella roccaforte europea. Successo testimoniato tra l’altro dall’affermazione nei referendum annuali dei giornali specializzati: gli Iron Maiden vincono nella categoria miglior disco (15%), miglior gruppo (35%), miglior bassista (45%) e miglior video con Man on the edge (12%). L’otto per cento dei lettori di Metal Hammer boccia invece The X Factor e lo vota come peggior disco del 1995. E’ soprattutto la prestazione di Bayley a destare le perplessità di parte degli appassionati. Bruce Dickinson, nonostante la fuoriuscita dai Maiden e nonostante Ball to Picasso risalga al 1994, è ancora il cantante preferito dagli italiani. I Maiden trionfano anche su Metal Shock dove vincono nelle categorie band dell’anno, sorpresa, album del 1995, miglior classic band, miglior album, miglior bassista, miglior concerto, e miglior copertina! The X Factor viene però eletto anche delusione dell’anno e disco più ignobile. Insomma, i Maiden trionfano ma sono allo stesso tempo sconfitti: primi e ultimi in classifica nelle preferenze dei fan. Il tour mondiale ottiene un buon successo un po’ dappertutto, anche se negli Usa i nostri si esibiscono solo in piccoli spazi. Per la prima volta i Maiden suonano in Israele – dove è girato il video di Lord of the Flies – e in Sud Africa. Da ricordare l’esibizione al Monsters of rock di San Paolo, nel quel Steve Harris indossa la maglia giallo oro della nazionale del Brasile. Nel 1997, anno di pausa, viene pubblicata la prima raccolta dei Maiden, The Best of the Beast. L’antologia, disponibile in vari formati, è arricchita dall’inedito Virus, pubblicato anche in versione singolo.

Son of a gun

"L'entrata in guerra è ovviamente una scelta di politica internazionale per avere un posto al sole, che splende anche sui cimiteri". Luigi Pintor - 9 novembre 2001 - "Sole che sorgi"

giovedì 22 novembre 2012

domenica 13 novembre 2011

IL PENSIERO DI MARIO MONTI

In Italia, data la maggiore influenza avuta dalla cultura marxista e la quasi assenza di una cultura liberale, si è protratta più a lungo, in una parte dell’ opinione pubblica e della classe dirigente, la priorità data alla rivendicazione ideale, su basi di istanze etiche, rispetto alla rivendicazione pragmatica, fondata su ciò che può esser...e ottenuto, anche con durezza ma in modo sostenibile, ...cioè nel vincolo della competitività. Questo arcaico stile di rivendicazione, che finisce spesso per fare il danno degli interessi tutelati, è un grosso ostacolo alle riforme. Ma può venire superato. L’abbiamo visto di recente con le due importanti riforme dovute a Mariastella Gelmini e a Sergio Marchionne. Grazie alla loro determinazione, verrà un po’ ridotto l’handicap dell’Italia nel formare studenti, nel fare ricerca, nel fabbricare automobili.

Mario Monti, Corriere della sera, 2 gennaio 2011

giovedì 20 ottobre 2011

Proletariato oggi

‎"Chi sono i proletari oggi? Non solo i marginali. Non soltanto la classe operaia della fabbrica fordista. Sono coloro che non hanno mezzi di produzione o ne hanno di "molecolari", come i lavoratori autonomi, sono fragili e dipendono da scelte che si fanno altrove". Rossana Rossanda (2001)

domenica 9 ottobre 2011

Analisi storiche e strategia, e non “meta politica”. Livio Maitan sulla "nonviolenza" (Liberazione, 18 gennaio 2004)

Le condizioni di salute mi impediscono ormai da oltre due mesi di partecipare a riunioni o assemblee e limitano anche le mie possibilità di lettura. Tuttavia, mi permetto egualmente di esprimere la mia opinione sul dibattito in corso su “Liberazione” come pure su altri giornali.
1) Per preparare la conferenza programmatica non sarebbe stato di per sé negativo partire da riunioni seminariali, in cui esprimersi, per dir così, a ruota libera (avevo espresso questa opinione in un
colloquio telefonico con Bertinotti). Sta accadendo, invece, una cosa ben diversa: il dibattito è stato lanciato senza che fosse fissato nessun quadro né una priorità dei temi da affrontare, senza fissare regole di una ragionevole par condicio. Di fatto, si è cominciato a discutere su tutto contemporaneamente - dalla violenza in generale all’uso dei caschi nei cortei .
Così si rischia di sollevare un grosso polverone e di fare ben poca chiarezza sui problemi storici e strategici che effettivamente si pongono.
2) Schematizzando al massimo: il ripudio sommario del Novecento, delle concezioni delle strategie e delle pratiche di tutte le correnti del movimento operaio indiscriminatamente è quanto di più antistorico si possa immaginare e non serve affatto allo scopo, cioè a individuare le effettive cause delle sconfitte di portata storica che sono state subite. Un discorso analogo lo si può fare a proposito della condanna astratta della violenza e della assunzione della non-violenza come canone universale, con un approccio che si potrebbedefinire metastorico o metapolitico. Facciamo qualche esempio. Si può pensare seriamente che i comunisti iugoslavi abbiano intrapreso una drammatica lotta armata perché ideologicamente convinti dell’uso della violenza? La verità è che dovevano scegliere tra assistere allo sterminio dei loro popoli o rispondere organizzandosi anche militarmente. Discorso analogo per i comunisti cinesi: non dovevano forse intraprendere l’operazione militare che è stata la lunga marcia e lasciarsi annientare? E nella fase cruciale della fine del ’46 dovevano assistere al soffocamento della rivolta di massa dei contadini e non prospettare quel rilancio della guerra civile conclusosi tre anni dopo con il rovesciamento del regime del Kuomintang?
Per venire ai giorni nostri, non abbiamo bisogno di ribadire le ragioni per cui siamo contro l’uso del terrorismo. Ma un popolo schiacciato da un’occupazione militare, dopo una guerra infame, ha o no il diritto di organizzare anche militarmente la propria resistenza? Abbattere un elicottero impegnato in azioni militari è forse terrorismo?
3) Le polemiche quali sono condotte contro concezioni e impostazioni del Novecento finiscono inevitabilmente col scegliersi bersagli polemici fittizi, “dimenticando” quali fossero concezioni e dinamiche reali. Esempio da manuale: lo stucchevole motivo ricorrente del rifiuto della presa del palazzo d’inverno rappresenta una negazione di quello che la rivoluzione russa è stata, cioè una della più grandiose mobilitazioni di massa, proletarie e contadine, nel corso della storia. Non è neppure originale perché vi hanno fatto ricorso i socialdemocratici da oltre ottant’anni a questa parte. Vorremmo poi sapere chi ha concepito «la conquista dello stato attraverso l’annientamento dei nemici». Forse lo stesso Bertinotti ha cancellato dalla memoria “stato e rivoluzione” di Lenin e scritti fondamentali dei suoi predecessori. Comesi fa a dimenticare che quelli che si volevano “annientare” erano gli apparati statali, strumenti della dominazione delle classi dominanti, e costruire istituzioni e organismi politici qualitativamente diversi e storicamente originali? Altro che conquista del palazzo d’inverno!
4) Non sarà chi scrive a sottovalutare l’ineludibilità dell’interrogativo storico sulla deriva dell’Urss postrivoluzionaria e, in forme specifiche, di altre rivoluzioni. Condannare lo stalinismo non è che un punto di partenza. Ebbene, su questi drammatici processi ci si limita, il più delle volte, a evocare le legittime preoccupazioni di Rosa Luxemburg, la quale, tra parentesi, era tutt’altro che contraria alla presa rivoluzionaria del potere. Rosa non ha vissuto che poche settimane dopo l’Ottobre e non ha potuto analizzare i processi successivi. Invece, questi processi involutivi sul terreno politico, culturale, economico e sociale sono stati analizzati da rivoluzionari russi già dagli inizi degli anni ’20 oltre che da studiosi come Deutcher e Carr. Su tutto questo ci si limita, tutt’al più a rendere qualche omaggio. Un cattivo esempio fuori dalle nostre file: in un recente documentario televisivo Paolo Mieli riconosceva la critica antistalinista di correnti comuniste, aggiungendo però che queste correnti riducevano tutto alla responsabilità di una singola persona. Egregio Mieli, si rinfreschi la memoria leggendo o rileggendo, oltre a Trotsky, per esempio Preobrajenski o Rakovski, prima di lanciarsi in valutazioni deformanti.
5) Dati i rapporti di forza su scala mondiale o regionale non è facile impostare oggi il problema del potere, cioè non della presa di un qualsiasi palazzo più o meno annerito dagli anni ma della sostituzione delle classi dominanti vecchie e nuove e della rottura dei loro apparati di dominazione. Ma sembra ormai diffusa la tendenza non a cercar di porre il problema nei suoi veri termini nel contesto contemporaneo, ma semplicemente a negare che esista. Così di strada non se ne farà molta per prepararsi a future, ineludibili scadenze. E a chi fornisce una lettura apologetica della stessa straordinaria esperienza degli zapatisti - i quali, peraltro, hanno iniziato con azioni armate - chiediamo: forse l’organizzazione democratica delle comunità del Chiapas permette di ignorare il problema di un potere statale centrale che continua a opprimere oltre cento milioni di messicani.
6) Siamo tutti d’accordo che i problemi politici e strategici esigono una prospettiva europea e cheè necessario sforzarsi di costruire un partito europeo di alternativa. Ma nel contesto attuale le scelte concrete potevano essere due: considerare essenziale una affinità programmatica e politica oppure allargare al massimo senza definizioni precise. Sembra prevalere la seconda scelta, tuttavia con l’esclusione di forze tra le più rappresentative. Negli anni scorsi e in particolare al forum di Firenze c’era stata una molto maggiore convergenza, pubblicamente espressa, su concezioni e metodi d’intervento, con la Lcr che con il Pcf. Forse oggi non è più così?
Comunque sia, una decisione come quella siglata a Berlino avrebbe dovuto essere preceduta
da convocazioni della direzione e del Cpn, a loro volta preparate da dibattiti in sede provinciale e
nei circoli. Non c’era nessun ostacolo a procedere in questo modo. Quello che chiediamo giustamente alle direzioni sindacali perché non cominciamo a farlo noi stessi?

sabato 24 settembre 2011

Che cos'è davvero il centralismo democratico?



Non solo prima del 1917, ma anche durante tutti gli anni terribili della guerra civile, quando il potere sovietico era appeso a un filo, nel partito bolscevico c'era non solo il diritto di tendenza ma perfino quello di frazione. Vuol dire che nei congressi si potevano presentare documenti diversi con pari diritto, ed era possibile il raggruppamento pubblico tra un congresso e l'altro dei sostenitori di una posizione rimasta in minoranza (che solo così poteva accettare la disciplina, dato che poteva al tempo stesso lavorare per diventare maggioranza al congresso successivo), e i congressi erano ravvicinati (tra il '17 e il '23, uno all'anno).
Pari diritti voleva dire anche che se il relatore di maggioranza parlava due ore, anche chi presentava l'altra posizione doveva avere uguale tempo. Nella concezione di Lenin, inoltre, l'organo sovrano era il congresso, e tra un congresso e l'altro il comitato centrale. L'Ufficio politico doveva solo applicare la linea tra una riunione e l'altra del CC, non sostituirsi a esso, e ancor meno potere decisionale aveva la segreteria, che era un organo tecnico di esecuzione delle decisioni. Nei partiti comunisti stalinizzati, invece, si considerava sovrana la segreteria. Dal vecchio sito di Bandiera Rossa